Così va di nuovo il mondo

Scritto il 26/01/2026
da Monica Vaccaretti


C'era una volta l'America, c'era da duecentocinquant'anni con i suoi vizi e le sue virtù. Ci piaceva, in fondo l'abbiamo scoperta noi europei, ha il nostro imprinting: la Francia le ha donato persino la Statua della Libertà quando ha ottenuto l'Indipendenza, in nome dei comuni valori rivoluzionari. Gli americani hanno il sangue dei coloni inglesi e francesi, anche tanto italiano e irlandese dopo che vi si immigrava in massa per sfuggire alla fame del Vecchio Continente. Le persone di tutto il mondo hanno proiettato in questa landa sconfinata e selvaggia, divisa dopo il 1776 in 50 Stati, tutti i loro sogni: una terra promessa dove iniziare una nuova vita. Un Eldorado, persino, nell'epoca dei cercatori delle pepite d'oro nei suoi fiumi. Gli immigrati provenienti da ogni parte l'hanno abitata, amata, fatta crescere sino a farla diventare una potenza, la più grande. La popolazione americana è da sempre un melting pot, un crogiolo di etnie, culture, religioni e origini diverse che convivono e si mescolano, pacificamente. È stata proprio questa, verosimilmente, la bellezza e la forza della nazione al di là dell'oceano Atlantico. Le generazioni del Dopoguerra sono cresciute nel mito cinematografico del Far West, la cui crudeltà nei confronti dei nativi è stata edulcorata dalle vicende della famiglia Ingalls in La casa nella prateria e dello zio Zeb in Alla conquista del West. Gli americani ci hanno salvati e liberati dal fascismo e dal nazismo; dopo sono stati gli eroi su cui contare, paladini di democrazia e libertà. La società americana è diventata anche la nostra, occidentale.

La fine dell’illusione americana

Con Donald Trump l'illusione è caduta. Da un anno l'America istituzionale, per come l'abbiamo conosciuta, non esiste più. Con il voltagabbana della nuova Casa Bianca la storia ha preso una piega diversa, inaspettata. E, sebbene non sia stato ancora scritto il finale, in quanto imprevedibile, si sono aggiunti nel frattempo altri “c'era una volta”, dopo i fatti, gli ordini e i discorsi clamorosi di Trump nelle ultime settimane.

Abbiamo assistito increduli alla fine di un sistema economico ben regolamentato; del rispetto verso l'onorificenza del Nobel per la Pace; della sovranità di uno Stato come il Venezuela e della libertà personale del suo presidente, sequestrato in casa propria dalle milizie di un altro Paese; dell'osservanza dei confini geografici della Groenlandia e del Canada, nonché del rispetto delle loro istituzioni governative; dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, che egli intende sostituire con un organo privato come il Board of Peace; dei rapporti di fiducia all'interno dell'Alleanza NATO; della speranza che ci sia una pace giusta e duratura in Ucraina.

E così, prima dell'avvento trumpiano, c'erano una volta l'ordine mondiale, il diritto internazionale, gli organismi sovranazionali che regolavano dispute e conflitti e cercavano di assicurare la pace, la salute e la sicurezza globale. C'erano una volta, almeno dalla fine della Seconda guerra mondiale, un certo equilibrio geopolitico, seppur imperfetto, e un mercato libero. C'erano una volta la diplomazia, una politica seria, il rispetto tra gli Stati e tra i presidenti, la coerenza, la decenza, la non ingerenza, l'osservanza di regole e norme internazionali.

Il disordine globale come sistema

Le notizie sono ogni giorno più allarmanti. Il disordine globale, certificato al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, con le clamorose dichiarazioni di Trump, è diventato sistema. Il caos, secondo gli esperti, è diventato operativo e spaventosamente comune. Siamo tutti coinvolti.

Scriveva Karl Stojka, sopravvissuto ad Auschwitz, che “non era Hitler o Himmler ad avermi arrestato e picchiato e ad aver ucciso la mia famiglia. È stato il calzolaio, il lattaio, il vicino di casa che hanno ricevuto un'uniforme e hanno allora creduto di essere una razza suprema”. Basta davvero poco per diventare complici di una storia che sembra ripetersi. Capita anche stando semplicemente in silenzio, senza fare e dire niente. Indifferenti o ciechi, seppure inquieti. Americani, iraniani e ucraini ci stanno insegnando a reagire.

Iran: la rivolta soffocata

“Parlo dal profondo della notte, dal profondo delle tenebre e dal profondo della notte parlo. Se vieni a casa mia, amico, portami una lampada e una finestra attraverso la quale possa guardare la folla nel vicolo felice”. I versi della poetessa iraniana Forough Farrokhzad, composti nel 1981, rappresentano ancora oggi un canto di libertà dal potere religioso che governa la Repubblica islamica.

Le sue parole, quanto mai attuali, rivendicano il diritto, per ogni uomo e donna, di vivere pienamente ed essere liberi dall'oppressione del regime guidato prima da Khomeini e oggi da Alì Khamenei. Sono passati quattro decenni dalla composizione poetica e nulla è cambiato, se non in peggio, nell'antica terra di Persia.

Dopo i giorni del movimento “Donna, vita, libertà”, nato nel settembre 2022 in seguito all'uccisione di Masha Amini – la ventiduenne curda arrestata per non aver indossato correttamente il velo – gli iraniani hanno ripreso a protestare contro il regime, lanciando con forza al resto del mondo un disperato grido d'aiuto contro leggi arcaiche e autoritarie che offendono la loro dignità di esseri umani.

Ad ogni nuova ribellione popolare, però, la repressione degli ayatollah diventa ogni volta più violenta e sanguinaria. In soli due giorni di rivolta, tra l'8 e il 9 gennaio scorsi, sono state uccise nelle strade oltre 30 mila persone, ma si ritiene che il bilancio possa essere ancora più drammatico, non essendoci stime ufficiali provenienti da aree più remote del Paese, lontane da Teheran.

Alti funzionari del Ministero della Salute iraniano, coperti da anonimato, hanno riferito al Times che sarebbero finite le scorte di sacchi neri per cadaveri e che le ambulanze sono state sostituite da autoarticolati a diciotto ruote. Si denuncia che i rivoltosi feriti siano stati ricercati anche negli ospedali e giustiziati sul posto.

Non si conosce la sorte delle migliaia di giovani arrestati e condotti nelle carceri. Si teme che nella prigione di Evin le sentenze sommarie per impiccagione siano già state formulate. Amnesty International denuncia rastrellamenti casa per casa per intimidire i familiari delle vittime, già costretti a cercare i propri figli all'obitorio, tra sacchi aperti e lasciati a terra.

Per nascondere i crimini e impedire ulteriori espressioni di dissenso, le autorità iraniane hanno avviato una campagna militarizzata: blackout totale di Internet, coprifuoco notturno, divieto di raduni di due o più persone. Le strade sono controllate da pattuglie armate con armi pesanti.

Efran Soltani, che alcuni dicono sia stato ucciso brutalmente mentre era in custodia della polizia e altri che sia ancora vivo nelle segrete, è diventato il simbolo della recente protesta. “Sparavano per ucciderci, ma era il momento di lottare”, testimoniano alcuni giovani iraniani scesi in piazza. Efran aveva 26 anni e ha scelto di stare dalla parte giusta della storia, quella che fa le rivoluzioni quando la misura è colma.

America: 48 secondi per morire

Sabato scorso, dall'altra parte del mondo, un altro giovane è morto per difendere ciò in cui credeva, per esprimere un dissenso, per gridare all'ingiustizia. Alex Pretti era americano, di Minneapolis, aveva 37 anni, incensurato. Era un infermiere di terapia intensiva, descritto da tutti come un uomo gentile.

Dopo l'assassinio di Renè Good nella sua stessa città, quest'uomo ha preso posizione, come centinaia di migliaia di altri concittadini, ed è sceso in strada pacificamente, armato solo della sua voce, dei suoi valori e del suo cellulare. Aveva un regolare porto d'armi, indossava la pistola ma non l'ha mai estratta, nemmeno durante la colluttazione in cui è caduto vittima.

È morto sotto dieci colpi, sparati a bruciapelo, in cinque secondi. A sparargli, dopo che era stato immobilizzato a terra, è stato uno dei sette agenti dell'ICE (Immigration and Customs Enforcement) che lo avevano circondato. Si tratta della contestata agenzia di polizia federale anti-immigrazione istituita da Trump, che arresta persino i bambini.

Alex è morto per aver difeso una donna minacciata dagli stessi agenti e, probabilmente, per aver documentato l'aggressione. È morto innocente, 48 secondi dopo aver preso la decisione di intervenire, mosso dal suo senso civico e umano.

Sono 32 le persone che finora hanno perso la vita per mano di questi agenti. Il governatore del Minnesota, Tim Walz, ne chiede l'immediata espulsione dallo Stato “prima che uccidano un altro americano”. Il presidente Trump, invece, ne difende l'operato e garantisce l'immunità, definendo rivoltose persone come Renè e Alex.

Ne disonora la memoria, costruendo narrazioni che non reggono alla prova delle immagini diffuse sui social media. Minaccia inoltre di applicare l'Insurrection Act contro i manifestanti. Poiché in America Internet non è oscurato, la deriva autoritaria dell'attuale Amministrazione, denunciata da molti analisti, è sotto gli occhi del mondo.

La gente ha paura di uscire di casa. Barack Obama avverte che quanto sta accadendo in Minnesota è un campanello di allarme per ogni americano: “Molti dei nostri valori sono sotto attacco”. Le 32 uccisioni di uomini liberi da parte dell'ICE in pochi mesi in un Paese democratico non sono meno spaventose delle oltre 30 mila in due giorni nella Repubblica islamica.

Trovo altresì assurdo che sia Trump, come suggeriscono i recenti venti di guerra in Medio Oriente, a voler “fare giustizia” in Iran per spazzare via il regime.

I segni della storia che si ripete

Nell'America di Trump bastano 48 secondi per morire. Servono soltanto 48 secondi per non tradire se stessi, per restare coerenti fino alla fine. In Iran ne bastano anche meno: il tempo di un proiettile mirato agli occhi o ai genitali, ultima offesa barbara per punire chi osa vedere, invece di restare in silenzio.

Tra l'America di Trump e l'Iran di Khamenei, in fondo, non c'è alcuna differenza, così come non c'è differenza tra gli americani e gli iraniani che marciano e lottano contro ogni forma di violenza, discriminazione e dittatura.

Noam Chomsky, filosofo e attivista statunitense, ammonisce: “L'istruzione non è memorizzare che Hitler ha ucciso sei milioni di ebrei. L'istruzione è capire come sia stato possibile che milioni di persone comuni fossero convinte che fosse necessario farlo. L'istruzione è imparare a riconoscere i segni della storia, se si ripete”.

I segni, purtroppo, si stanno ripetendo. Che la maggioranza di noi, persone comuni, possa capirlo questa volta, prima che sia troppo tardi.