L’uccisione di Alex Pretti: quando lo Stato spara al servizio civile

Scritto il 25/01/2026
da redazione


Il 24 gennaio 2026, a Minneapolis, un infermiere è stato ucciso durante un’operazione federale. Non è solo una notizia di cronaca: è una domanda aperta sul rapporto tra Stato, forza e servizio civile.

L’uccisione di Alex Pretti: quando lo Stato spara al servizio civile

Il 24 gennaio 2026, a Minneapolis, Alex Jeffrey Pretti, 37 anni, infermiere di terapia intensiva impegnato presso il Veterans Affairs Health Care System, è stato ucciso da agenti federali degli Stati Uniti durante un’operazione di contrasto all’immigrazione.

Questa tragedia non è un episodio isolato: si inserisce in una spirale di tensioni crescenti tra forze federali e comunità civili, alimentata da politiche migratorie sempre più dure e da un uso della forza che genera dubbi, rabbia e proteste diffuse.

Chi era Alex Pretti

Pretti non era un attivista violento, né un criminale. Era un infermiere, un professionista sanitario che ha dedicato la sua vita a prendersi cura degli altri, in particolare dei veterani, delle persone fragili, di chi vive la malattia e la dipendenza dalle cure.

La sua morte colpisce perché riguarda chi rappresenta uno dei volti più altruisti della società: chi lavora ogni giorno nella cura, spesso lontano dai riflettori, a contatto diretto con la sofferenza.

Familiari e colleghi lo descrivono come una persona empatica, profondamente radicata nei valori del servizio e della solidarietà. La sua partecipazione alle proteste non nasceva dall’odio, ma da una preoccupazione civile per le condizioni degli altri.

La versione ufficiale e quella dei testimoni

Secondo le autorità federali, Pretti si sarebbe avvicinato agli agenti armato, resistendo ai tentativi di disarmo. L’agente avrebbe quindi sparato in una situazione di pericolo percepito.

I video amatoriali e le testimonianze raccolte sul posto raccontano però un’altra dinamica: Pretti stava riprendendo la scena con il cellulare, non brandendo una pistola, e avrebbe cercato di aiutare una donna durante lo scontro.

Se confermato, questo scarto tra versioni solleva interrogativi profondi sulla trasparenza e sulla responsabilità delle forze federali, e su come vengano interpretati concetti come minaccia e legittima difesa.

Contesto: una crisi più ampia

La morte di Pretti avviene in un clima già segnato da forti tensioni. Poche settimane prima, un’altra cittadina, Renée Good, era stata uccisa da un agente ICE sempre a Minneapolis, innescando ondate di indignazione e proteste.

Migliaia di persone sono scese in strada chiedendo giustizia, indagini indipendenti e una revisione delle operazioni di enforcement federale. Autorità locali, sindaci e governatori hanno espresso preoccupazione per quello che definiscono un uso eccessivo della forza, capace di minare la fiducia pubblica e la sicurezza civica.

Perché questa morte ci riguarda

La morte di un infermiere — curante, dedito al bene comune — per mano di chi rappresenta lo Stato segna uno spartiacque morale. Non solo negli Stati Uniti, ma ovunque si affermi il valore della vita, della cura e della dignità umana.

Quando un professionista sanitario muore in circostanze controverse durante un’azione di polizia, non è solo l’individuo a essere colpito: è la fiducia collettiva nella giustizia e nei diritti civili a subire una frattura.

Questo episodio ci invita ad andare oltre slogan e narrazioni contrapposte, ponendo domande scomode ma necessarie:

Come si coniuga il diritto di protesta con la risposta delle forze dell’ordine?
Dove si colloca il limite tra controllo dell’immigrazione e uso della forza?
Cosa accade quando la verità ufficiale non coincide con le immagini di chi era presente?

La memoria di Alex Pretti, la sua dedizione ai pazienti e la sua scelta di partecipare a una protesta civile meritano una riflessione seria e rispettosa. Non è solo cronaca: è una domanda aperta sulla società che stiamo costruendo.