Bruce Springsteen e Minneapolis: una canzone contro la violenza di Stato

Written on 30 gennaio 2026
Monica Vaccaretti


«Oh, Minneapolis nostra, sento la tua voce gridare attraverso la foschia insanguinata. Ricorderemo i nomi di chi morì per le strade di Minneapolis. Prenderemo posizione per questa terra e per lo straniero in mezzo a noi. Qui, a casa nostra, uccisero ed imperversarono nell'inverno del '26».

Così Bruce Springsteen canta gli eventi drammatici che si stanno consumando nella città del Minnesota. Il brano musicale, dedicato ai suoi cittadini e ai suoi immigrati, è stato pubblicato lo scorso 28 gennaio in memoria di Alex Pretti e Renee Good, le ultime due vittime cadute sotto i colpi dell'ICE.

Una canzone di protesta e denuncia

Il celebre cantante americano ha spiegato che si tratta di una canzone di protesta e di denuncia, scritta in un giorno, in risposta al terrorismo e alla violenza di Stato. È così che viene sentita, soprattutto dopo gli ultimi gravi episodi, l'attività dell'agenzia federale che si occupa del controllo dell'immigrazione irregolare negli Stati Uniti e delle espulsioni di massa.

L'opinione pubblica americana e internazionale è stata scossa negli ultimi giorni anche dalla foto del bambino di cinque anni, con il berretto di lana azzurra e lo zainetto di Spider-Man, arrestato davanti a scuola per fare da esca e catturare il padre.

Da Streets of Philadelphia a Minneapolis

Il titolo della canzone richiama un altro brano celebre, Streets of Philadelphia, composto da Springsteen nel 1993 come colonna sonora del film Philadelphia, in cui denunciava lo stigma e l'ingiustizia sociale subita dalle vittime dell'Aids.

Allora i toni erano struggenti e malinconici; oggi, per Minneapolis, sono rabbiosi e la voce dell'artista si leva solitaria.

Operation Metro Surge e militarizzazione

Springsteen racconta l'operazione federale denominata Operation Metro Surge, promossa dal Department of Homeland Security (DHS). Iniziata alla fine del 2025, è stata intensificata a gennaio di quest'anno, quando nell'area metropolitana di Minneapolis sono arrivati circa 3.000 agenti.

Le strade civili sono state pesantemente militarizzate, scatenando proteste di massa, critiche da parte delle autorità locali e cause legali per arresti illegittimi.

Immigrazione e politiche federali

L'artista definisce l'ICE un'armata privata di Donald Trump. In realtà l'agenzia è stata istituita nel 2003 sotto la presidenza Bush, e la competenza sull'immigrazione è federale dal 1876.

Si stima che negli Stati Uniti vi siano oltre 11 milioni di immigrati irregolari. Dal febbraio 2025 sarebbero stati espulsi circa due milioni di persone.

Simboli, memoria e autoritarismo

Springsteen utilizza l'epiteto "King Trump" per evocare una figura monarchica e tirannica. Il riferimento simbolico ai cappotti militari degli agenti richiama, secondo il New York Times, un'estetica che rimanda ai regimi totalitari del Novecento.

Le vittime e la risposta della città

In sessanta versi l'artista ricorda Alex Pretti e Renee Good, entrambi trentasettenni, uccisi durante le operazioni dell'ICE. Denuncia l'assenza di soccorsi e l'impedimento all'intervento medico.

I cittadini si sono organizzati in ronde, utilizzando fischietti e telefoni per documentare abusi e smentire versioni ufficiali.

Minneapolis, città santuario

Minneapolis è una città santuario, che limita la cooperazione con il governo federale in materia di immigrazione. È per questo che il controllo si è fatto più duro e la paura si è diffusa.

Qui la divisione razziale è venuta meno: tutti si sentono minacciati, anche cittadini statunitensi regolari.

Sessanta versi per dire tutto

In sessanta versi Bruce Springsteen, con la sua chitarra e la sua voce roca e inconfondibile, ha detto tutto.