“Tutto ciò che è solido si dissolve nell'aria”. Si apre così, con una frase del Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels (1848) accompagnata dall'immagine di un cerino che arde nel buio, il prologo del Manifesto, il film scritto e diretto nel 2015 da Julian Rosefeldt che interroga il ruolo dell'artista e la funzione politica e sociale dell'arte oggi, in continua trasformazione come la società. L'opera del regista tedesco nasce come videoinstallazione non permanente ed è composta da tredici brevi film, della durata di circa dieci minuti, proiettati simultaneamente in altrettanti schermi, poi adattati per una versione cinematografica diventando un lungometraggio senza trama.
Concept e struttura dell'opera
In tredici diversi monologhi poetici interpretati da Cate Blanchett, nel ruolo di altrettanti personaggi, vengono recitati alcuni estratti di celebri manifesti artistici e politici del XX e XXI secolo che Rosefeldt intende omaggiare per riflettere sul valore rivoluzionario della parola nell'arte moderna e contemporanea. Il regista compone un'opera intensa e suggestiva attraverso il montaggio di un collage di oltre cinquanta testi tratti da tali manifesti storici all'avanguardia: futurismo, dadaismo, surrealismo, costruttivismo/suprematismo, fluxus, situazionismo, Dogma 95, pop art, minimalismo/arte concettuale, architettura, creazionismo/stridentismo.
Metodo: anacronismo produttivo e collage di manifesti
I testi originali, decontestualizzati e ricomposti in ambienti contemporanei, mantengono la loro potenza pur generando un netto contrasto che diventa ironico, tra opposti e contraddizioni. Con questa tecnica, detta di anacronismo produttivo, Rosefeldt riesce a far assumere alle parole dei manifesti, recitate in ambienti quotidiani e contemporanei, un significato nuovo e provocatorio. Un'aula scolastica, uno studio televisivo, una fabbrica, una discarica, una messa funebre diventano luoghi in cui la parola prende nuova forma, si rinnova, resiste.
Le identità di Cate Blanchett
L'attrice australiana, unica protagonista, interpreta personaggi contemporanei appartenenti a diversi contesti sociali e professionali. Sono tredici identità distinte, anche di genere, differenti per aspetto, atteggiamenti, toni e accento. Blanchett diventa operatrice di borsa, vedova, madre di famiglia, operaia; si trasforma poi in coreografa e performer, insegnante, giornalista televisiva, burattinaia, curatrice e critica d'arte. Ci sorprende infine come architetta visionaria, scienziata, artista di strada e un uomo senzatetto che grida con un megafono dal tetto di un edificio tra le macerie.
Le interpretazioni risultano coerenti con il contesto in cui si collocano mentre le frasi e le parole recitate sono completamente slegate dai personaggi e dalla scena, tanto da apparire spesso prive di senso compiuto. L'attrice dà magistralmente voce a testi storicamente pronunciati da uomini, offrendo così una lettura inedita al femminile, trasformando i proclami in forti dichiarazioni di identità, resistenza e trasformazione.
Episodi scelti: dal Futurismo al Fluxus
La trama dei tredici episodi non è lineare, talvolta assurda e grottesca. Si raccontano situazioni autonome, scollegate tra loro. Come fossero riflessioni intime, discorsi pubblici o confessioni interiori, il personaggio non parla di sé ma di arte.
Futurismo
Nel primo episodio Cate Blanchett è un'operatrice di borsa: il suo corpo è teso, ha una voce tagliente, appare controllata ma gesticola nervosamente. È dominata da schermi, numeri, flussi di dati, rumori dei mercati finanziari. Vive in un mondo di accelerazione, competizione e rischio, e diventa vittima della sua stessa accelerazione che la porta al collasso. L'energia proclamata nel Futurismo diventa un'energia distruttiva di sistema: l'elogio della macchina e della velocità si trasforma oggi in strumenti di alienazione e controllo; la religione della velocità è divenuta ideologia della produttività.
Dadaismo
Il secondo episodio, che espone il Dadaismo, è ambientato in un funerale e Blanchett interpreta un'oratrice funebre. È forte il contrasto tra la cerimonia del lutto, ordinata e convenzionale, e il linguaggio nonsense ed irriverente dei dadaisti, accompagnato da un tono solenne e assurdo che genera ironia. L'effetto è una liturgia del caos in cui la morte – intesa come morte dell'arte, delle ideologie e della logica – si trasforma in una paradossale celebrazione della libertà creativa.
Surrealismo
Nell'episodio sul Surrealismo Blanchett veste il ruolo di una casalinga che pronuncia frasi visionarie mentre prepara la cena. Si mette in luce quanto questa corrente, caratterizzata dalla ricerca dell'inconscio e dell'immaginazione, resti una forma di emancipazione dall'alienazione domestica e sociale. Il potenziale si nasconde nella banalità ed il linguaggio poetico diventa un atto di rivolta silenziosa contro la routine.
Costruttivismo
Blanchett – operaia – recita poi testi costruttivisti mettendo in evidenza quanto l'idea di costruzione come principio spirituale si intrecci con l'immagine del lavoro manuale e meccanico. Pur conservando un valore di rigore e disciplina, l'ideale di un'arte integrata nella vita e nella produzione si è dissolto in un sistema economico automizzato.
Fluxus
“No to spectacle. No to virtuosity. No to transformations and magic and make-believe”, recita ironicamente l'attrice — coreografa — in un frammento tratto da Fluxus mentre durante una prova teatrale osserva i suoi ballerini eseguire gesti quasi meccanici, persino goffi. Anche il suo corpo è disallineato, pur essendo disciplinato. È un corpo che resiste alla spettacolarizzazione ma alla fine ne è prigioniero. Il principio coreografico oscilla tra intenzionalità e caso: il rifiuto come forma di creazione. In un'epoca che tende a trasformare tutto in immagine, il “no” diventa l'ultima forma di libertà.
Dogma 95 e media
Nel settimo episodio Blanchett — giornalista — recita freddamente e in maniera controllata il Voto di castità del Dogma 95 mentre annuncia notizie ordinarie, rendendo ancora più evidente l'effetto di straniamento. Il regista smaschera così l'illusione della verità mediatica.
Pop Art, Minimalismo e oltre
In altri frammenti Rosefeldt trasforma la Pop Art in una favola popolare, sottolineando la critica ai confini tra arte e consumo; nel Minimalismo emerge il rischio che la spiegazione concettuale soffochi l'esperienza e si mette in discussione l'autorità istituzionale della critica. In un episodio la curatrice recita “L'idea diventa una macchina che produce arte”.
Creazionismo/Stridentismo
“Il poeta è un piccolo dio”, secondo il Creazionismo/Stridentismo: l'arte come atto di creazione autonoma. A proclamarlo è Blanchett — artista di strada — che trasforma la strada in un palcoscenico politico.
I linguaggi dei manifesti e la loro attualità
I linguaggi dei manifesti — per loro natura programmatici, utopici e polemici — sono sottoposti qui a una verifica: possono sopravvivere fuori contesto? Rosefeldt non propone un'esaltazione nostalgica, ma indaga la vitalità e la risonanza di questi testi nel presente. Dalla costruzione di questa polifonia intrecciata di voci sembra emergere che tali manifesti siano ancora attuali.
Produzione, esposizioni e ricezione
Pur nascendo come esperimento cinematografico e installativo, Manifesto riesce a tradurre magistralmente la forza linguistica dei manifesti artistici e politici in un'affascinante e corale esperienza visiva, sonora e performativa. L'opera, realizzata in diverse location nei pressi di Berlino soltanto in undici giorni, è stata esposta oltre che in Germania, a Melbourne, Sydney, New York, in Indonesia e a Bologna.
L'arte, sembra suggerire Rosefeldt, è un coro cacofonico di più voci che parlano ognuna per proprio conto. “Niente è originale. Ruba da qualsiasi cosa che risponde all'ispirazione o alimenta la tua immaginazione. Scegli di rubare solo le cose che parlano direttamente alla tua anima. Se fai questo, il tuo lavoro e il tuo furto saranno autentici”, conclude il regista nel suo capolavoro.
Riferimenti bibliografici
Julian Rosefeldt — Manifesto (film & video works).

