Il processo di Norimberga: l’ultimo atto della tragedia nazista

Written on 20 novembre 2025
Monica Vaccaretti


«Le ingiustizie che cerchiamo di condannare e punire sono state così premeditate, nocive e devastanti che il mondo civilizzato non può tollerare che vengano ignorate, dal momento che non potrebbe sopportare che venissero ripetute». Così il procuratore generale degli Stati Uniti, Robert H. Jackson, il 21 novembre 1945 nella sua arringa di apertura per l'accusa di fronte al Tribunale Militare Internazionale nel processo che era iniziato ufficialmente il giorno precedente presso il Palazzo di Giustizia di Norimberga. Fu un forte atto di accusa che delineò la cornice politica e morale con cui sarebbero state giudicate le responsabilità degli imputati, 24 gerarchi della classe dirigente nazista, selezionati tra quelli restanti ancora in vita e che non erano riusciti a fuggire. Furono tutti accusati di quattro capi di imputazione: crimini di guerra, crimini contro l'umanità, crimini contro la pace nonché di aver pianificato, iniziato ed intrapreso guerre d'aggressione scatenando la Seconda Guerra Mondiale.

Sei mesi dalla resa: la decisione degli Alleati

Erano passati appena sei mesi dalla resa della Germania. Gli Alleati decisero di istituire regolari processi ai più alti funzionari statali tedeschi, garantendo loro il diritto all'assistenza di un legale di loro scelta, piuttosto che procedere a esecuzioni immediate e sommarie dei colpevoli. «Una condanna ottenuta da un tribunale porterà con sé l'avallo della Storia, cosicché il popolo tedesco non potrà sostenere che l'ammissione di colpevolezza di crimini di guerra sia stata ottenuta con la forza». Così Corden Hull, segretario di Stato sotto la presidenza Roosevelt e premio Nobel per la Pace nel 1945.

Perché Norimberga fu scelta per il processo

Norimberga fu scelta come sede del processo per motivi logistici e simbolici. Era in questa pittoresca cittadina bavarese sul fiume Pegnitz, con le case dai tetti rossi e il castello imperiale sulla collina, che si tenevano le grandi adunate del partito nazista e furono promulgate nel 1935 le leggi razziali. Portare in giudizio i nazisti nella città simbolo del loro potere significava dimostrare la definitiva sconfitta del regime di Hitler.

Norimberga portava ancora i segni dei pesanti bombardamenti degli Alleati, ma era una delle poche città tedesche ancora in piedi. Era rimasto in gran parte intatto anche il Palazzo di Giustizia e la sua grande prigione risultava idonea a ospitare i numerosi imputati. I russi avevano suggerito di tenere il processo a Berlino, luogo altrettanto simbolico, ma si ritenne che Norimberga, trovandosi nella zona di occupazione americana, avrebbe facilitato l'organizzazione del processo presieduto dai giudici delle quattro potenze vincitrici (Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione Sovietica, Francia).

La sentenza e le esecuzioni

Il processo penale, destinato a diventare uno dei più famosi della storia anche per aver gettato le basi del diritto penale internazionale, si concluse dopo undici mesi di dibattimento con 12 condanne a morte, 7 pene detentive tra cui 3 ergastoli e 3 assoluzioni. Le condanne a morte per impiccagione furono eseguite il 16 ottobre 1946. I giustiziati furono cremati a Dachau e le loro ceneri vennero sparse nel fiume Isar.

Tale sorte toccò soltanto a 11 imputati perché Hermann Göring, uno dei maggiori criminali, si suicidò in cella con una capsula di cianuro la notte prima dell'esecuzione. Era stato riconosciuto colpevole di aver trasformato la Luftwaffe, l'aeronautica militare del Terzo Reich, in uno strumento di distruzione e di aver messo in moto la “soluzione finale”.

Dalle accuse furono assolte soltanto tre figure: Hans Fritzsche, un popolare commentatore radiofonico; Franz von Papen, ambasciatore tedesco in Turchia; e Hjalmar Schacht, presidente della Reichsbank prima della guerra e ministro dell'Economia.

Oggi Norimberga

Oggi Norimberga è famosa per la sua magnifica cinta muraria medievale con i suoi camminamenti, le salsicce piccanti, il whisky, l'omino di pan di zenzero e i mercatini di Natale che vendono bambole e giocattoli. Sulla piazza del mercato spicca ancora la Schöner Brunnen, la “Fontana Bella”, in stile gotico e risalente al 1385, tra le più ammirate d'Europa. Si narra che l'anello d'ottone, collocato tra le quaranta statue storiche e religiose che adornano la guglia, abbia il potere di avverare un desiderio se fatto girare tre volte in senso orario.

A distanza di ottant'anni, la bellezza del luogo, dominato dal Kaiserburg con le sue torri e le mura fortificate, non può far dimenticare che qui si svolse l'atto conclusivo della più grande tragedia della storia.

Gli imputati e le loro responsabilità

Sebbene il tribunale sentenziò l'epilogo del regime nazista, vi si consumarono i suoi ultimi orrori attraverso i comportamenti e i discorsi dei suoi più autorevoli rappresentanti, sopravvissuti a Hitler, che davanti a un pubblico di oltre 400 persone che assisteva ogni giorno al processo vollero uscirne a testa alta, follemente convinti delle proprie idee e azioni.

«Ho solo eseguito ordini». Joachim von Ribbentrop, ministro degli Esteri e uno dei maggiori sostenitori della guerra di aggressione, continuava a ripeterlo cercando di minimizzare il suo ruolo. «Dio protegga la Germania», le sue ultime parole.

Wilhelm Keitel, capo dell'Alto Comando della Wehrmacht, si presentò al processo con la fierezza e la compostezza di un soldato, ciecamente obbediente al potere fino alla fine. Con la stessa solerzia aveva firmato gli ordini che legalizzavano le esecuzioni di prigionieri, civili, partigiani.

Non mostrò alcun rimorso nemmeno Alfred Rosenberg. Al processo fu freddo e distante, continuando a rappresentare il volto più sinistro del regime. Era il filosofo del nazismo, promotore della giustificazione teorica dell'antisemitismo e dell'uso della cultura come giustificazione intellettuale della violenza.

Julius Streicher, accusato di aver portato avanti una propaganda tale da generare quel clima di odio che sfociò nella Shoah, durante il processo gridò frasi deliranti e, prima di essere impiccato, non mostrò alcun pentimento. È considerato il responsabile morale del genocidio.

Ernst Kaltenbrunner, capo delle SS e del servizio di sicurezza del Reich, firmava deportazioni di massa e supervisionava i campi di concentramento. Si proclamò innocente fino alla fine. «La mia sentenza è sbagliata. Muoio innocente», disse anche Fritz Sauckel prima di essere giustiziato.

Gli altri processi e i criminali mai puniti

A Norimberga furono rimandate a giudizio anche diverse organizzazioni naziste ritenute criminali, come la Gestapo, la famigerata polizia segreta. Negli anni successivi furono organizzati altri procedimenti penali minori che misero alla sbarra ufficiali e funzionari di basso livello, compresi numerosi comandanti e guardie dei campi di concentramento, ufficiali di polizia, membri delle Einsatzgruppen e medici che avevano partecipato a esperimenti sui prigionieri.

Furono tuttavia molti i criminali di guerra che non vennero mai processati né puniti. Alcuni riuscirono a fuggire dalla Germania, sulle cui tracce si misero i “cacciatori di nazisti”. Ad altri vennero riconosciute attenuanti per aver eseguito ordini, e poterono così tornare alla propria vita e riprendersi un posto nella società tedesca.

La “Norimberga italiana” mancata

«L'uccisione di Mussolini e il collasso del fascismo ci risparmiò una Norimberga italiana», scrisse Winston Churchill nelle sue memorie.