Ottocento anni fa Francesco moriva dopo aver dedicato la sua esistenza alla povertà cristiana e a tutte le creature che chiamava fratello e sorella. La sua vita era stata un cantico. Era un poeta, oltre che un mistico. Nella notte tra il 3 e il 4 ottobre 1226 volle morire adagiato sulla nuda terra alla Porziuncola, la piccola chiesa nella quale era iniziata la sua vocazione e lo avevano seguito i primi frati. “Ben venga la mia sorella morte”, furono le sue ultime parole dopo averla aspettata per giorni ed accettata con gioia, come una porta per la vita eterna.
La morte del Santo e la nascita di una leggenda
Aveva 44 anni. Si narra che quando spirò, un grande stormo di allodole che si era posato sul tetto, restando silenzioso in attesa, levò un canto nel momento in cui la sua anima sembrò salire al cielo come una stella. “Appariva quasi un santo che rideva”, descrissero i confratelli che già scorgevano i segni della sua santità, tanto che fu proclamato santo soltanto due anni più tardi da papa Gregorio IX.
Nei luoghi che aveva abitato, dall'eremo delle Carceri sul monte Subasio al monte della Verna, si diffuse da subito una grande spiritualità a testimonianza della sua straordinaria missione evangelica.
La sepoltura segreta e il ritrovamento
Francesco chiese ai frati di spargere polvere e cenere sul suo corpo e di essere sepolto semplicemente nella terra. Nel timore che le sue spoglie potessero essere trafugate con sacrilegio, i frati decisero di nascondere il corpo costruendo altresì una basilica, quella di Assisi, per custodirne i resti ed evitare che le sue reliquie continuassero ad essere contese tra gli assisani e i perugini.
Lo protessero talmente bene dai ladri di tombe da dimenticarsi persino il luogo preciso della sepoltura. Lo avevano reso segreto e inaccessibile. Per ritrovarlo nel 1818, quando papa Pio VII ne diede l'ordine, fu necessario scavare per cinquantuno giorni e cinquantuno notti.
Trovarono una semplice tomba di pietra, la stessa che è stata aperta pochi giorni fa, il 20 febbraio 2026, per un'ostensione autorizzata da Papa Leone XIV in occasione dell'ottavo centenario della sua morte. L'iniziativa era già stata benedetta da Papa Francesco, che del Santo di Assisi aveva voluto prendere il nome.
L’ostensione straordinaria del 2026
Dal 1230 Francesco riposava in un sarcofago di bronzo nel silenzio di una cripta scavata nella roccia, sotto l'altare maggiore della Basilica. Davanti alla sua tomba arde una lampada votiva alimentata da olio donato dalle regioni italiane. Sul lume è inciso un verso di Dante: “Non è che di suo lume un raggio”.
Il 21 febbraio il Santo patrono d'Italia è stato estumulato ed i resti del suo corpo sono stati portati nella Basilica inferiore, sotto il cielo stellato di Giotto e il primo sguardo commosso del custode del Sacro Convento di Assisi.
Qui, per la prima volta nella storia, le sue spoglie, posizionate in una teca di plexiglas ai piedi dell'altare, sono state esposte alla venerazione e alla preghiera dei fedeli e lo resteranno per un mese, sino alla Settimana Santa.
Si tratta di una ostensione pubblica straordinaria per la quale si sono già prenotati mezzo milione di pellegrini provenienti da tutto il mondo. È un evento storico che non solo pone l'Umbria e Assisi al centro della cristianità, ma permette di vivere un'intensa esperienza mistica.
Il messaggio di amicizia, carità, speranza e dono di sé che il frate Poverello ha testimoniato nella sua breve esistenza, dapprima come mendicante e predicatore itinerante e poi come fondatore dell'Ordine Francescano, è più vivo ed attuale che mai.
Il corpo fragile e il messaggio universale
Su Francesco sono passati otto secoli. Ne rimane uno scheletro, consumato e scuro, sul quale sono ancora visibili i segni degli stenti, delle malattie e delle stimmate, confermate anche dalle analisi scientifiche, nelle ossa delle mani, dei piedi e del costato.
Le ossa – tra le quali sono state trovate anche monete, perline, un anello, un pezzo di stoffa ed una pietra che Francesco usava come cuscino – raccontano un corpo piccolo, gracile, sofferente. Se la struttura fisica era minuta e provata dalle dure condizioni di vita, la sua statura morale è considerata universalmente elevata.
Sono ossa benedette da cui sembra levarsi ancora la benedizione che negli ultimi istanti di vita Francesco diede a ciascuno dei frati che lo avevano seguito nella sua vita religiosa. Si narra che nel momento della morte egli abbia benedetto tutti gli abitanti della Terra: quelli del presente, quelli del passato e quelli del futuro.
La Chiesa ritiene che la santità di Francesco sia nel miracolo di credere che l'uomo possa cambiare il suo cuore e diventare migliore. Egli, che è il santo della pace e della fraternità universale, credeva che ogni creatura – umana, animale o vegetale – fosse fatta della stessa sostanza e che la salvezza fosse pertanto possibile solo insieme.
Un memento mori per il nostro tempo
Si resta affascinati davanti alla fragilità e alla storicità di questo esile corpo. Le biografie tramandano che il corpo di Francesco non era bello, addirittura i conterranei lo descrivevano come brutto e sporco. Tuttavia, nonostante la bruttezza esteriore, egli è riuscito a spingere gli uomini di ogni tempo alla bellezza del creato e alla pace grazie alla sua parola ispirata da Dio.
“Oggi siamo in una dittatura dell'immagine ma questo corpo continua a parlarci”, ha spiegato il vescovo di Assisi, Felice Accrocca. “L'uomo non vale per ciò che appare ma per ciò che è. Mi auguro che questo mese possa farci riflettere sul fatto che c'è qualcosa che va oltre all'immagine e all'apparire”.
Risulta inoltre significativo esporre il corpo nel periodo di Quaresima. “È un momento potente che ci ricorda la polvere da cui veniamo e dove ritorneremo”, ha sottolineato il custode del convento di Assisi, auspicando che questo annuncio possa essere un segno potente di pace e fraternità. “Vorremmo ricordare al mondo, tanto polarizzato e troppo spesso teatro di contraddizioni e cattiverie, che tutti siamo polvere”.
Francesco non è stato che un raggio della luce divina ma ancora, umilmente, splende lasciando un segno tangibile, quello di una vita consumata per amore. I frati francescani spiegano che il suo corpo così esposto non viene considerato una reliquia miracolosa ma un “motore di senso” per tutti i visitatori che scoprono la sua umanità ritrovando, al contempo, la propria.
Venerare i suoi resti non è pertanto un gesto macabro ma un potente “memento mori”.

